Europei 1976. Quando dal fango del campo balenò un arcobaleno rivoluzionario
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Europei 1976. Quando dal fango del campo balenò un arcobaleno rivoluzionario

La prima finale, e unica, finale europea decisa ai rigori fu invero una partita spettacolare

Europei 1976. Quando dal fango del campo balenò un arcobaleno rivoluzionario

La Cecoslovacchia che nel 1968 non riuscì a compiere la sua Rivoluzione politica, nel 1976 ne bloccò un’altra di rivoluzione, quella calcistica.

Già, perché dopo l’inattesa sconfitta dell’Olanda a Germania 1974, erano in tanti a prospettare gli Orange come possibili e probabili vincitori della fase finale degli Europei del 1976.

Ma andiamo con ordine: prima del 1980, la fase finale degli Europei di Calcio era del tipo di quella che adesso noi chiamiamo una Final Four: arrivavano alla fase finale quattro nazionali, semifinali e poi finali.

Giova, en passant, ricordare che l’Italia che vinse gli Europei del 1968 (la terza edizione, con fase finale nel Belpaese, per i precisetti) s'impose in semifinale con l'aiuto di una monetina e nella ripetizione della finale dal momento che il primo incontro con la Jugoslavia si concluse sull’1-1.

Orbene, nel 1976 le finaliste furono: Germania Ovest, Olanda, Jugoslavia e Cecoslovacchia. E si giocava in Jugoslavia.

E l’Italia, direte? Dopo iI canto del cigno dei “messicani” a Germania 1974, si decise di ricostruire la nazionale, via i Rivera e i Riva, i Burgnich e i Mazzola, dentro forze fresche, e il 10 sulle spalle di un ventenne che giocava a testa alta, con un’eleganza che raramente s’era mai vista, e che nondimeno raramente si vedrà in seguito. Aveva il sole in faccia, i piedi morbidi e la testa all’altezza delle nuvole il nuovo numero 10: Giancarlo Antognoni.

Il debutto di Antognoni in nazionale coincise proprio con la prima partita di qualificazione per gli Europei del 1976, e avvenne contro gli Orange vicecampioni; non fu un gran debutto per l’Italia, ma l’impressione fu la stessa che ebbe l’indimenticato Ciotti, quando dopo aver visto per la prima volta Antognoni,  disse, con il suo timbro inconfondibile, alla radio: “Oggi ho visto esordire un campione”.
Il motivo per cui l’Italia non fu presente è dovuto al fatto che all’epoca passava solo la prima di ogni girone, mica come oggi, che ne passano due, a volte anche tre. E la prima fu l’Olanda dei Cruijff, dei Krol, dei Rensenbrink, dei Rep.

Il sorteggio mise di fronte l’Olanda alla Cecoslovacchia e, per esclusione, la Germania Ovest alla Jugoslavia, che non era più la squadra della nidiata di talenti genio e sregolatezza che fece penare l’Italia nel 1968, però… però c’era ancora Dragan Dzajic, che forse dirà poco a tanti adesso, ma che era dotato di una classe cristallina e capace, se gli girava l’estro, di vincere le partite con gol e giocate da campionissimo. Per dare una idea, leggete questa dichiarazione: “E’ un miracolo balcanico, un mago del pallone. Peccato non sia brasiliano, non ho mai visto un giocatore del genere”. Parole e musica di Edson Arantes do Nascimiento, alias Pelé, mica uno qualunque.

Tutte le partite di quella fase finale furono giocate su campi pesanti, al limite dell’impraticabilità per via delle piogge torrenziali che flagellarono in quel periodo la nazione di Tito, ma, e tenetelo ben in mente, un calciatore di classe, di vera classe, sa giocare ovunque.

E siccome Dragan Dzajic di classe ne aveva da vendere, ecco che la Jugoslavia si portò in vantaggio per 2-0 sulla Germania Ovest, detentrice tanto del titolo mondiale quanto di quello europeo del ’72, capitanata dal due volte pallone d’oro Beckenbauer. Dzajic marcò la seconda rete. Ma i tedeschi bisogna ammazzarli del tutto, altrimenti rischi di subire il ritorno. Oggi come ieri.

E i tedeschi ritornarono e riuscirono a pareggiare, per effetto delle marcature di Flohe e Müller. L’inerzia era cambiata, e nei supplementari una doppietta di Müller fissò il definitivo punteggio sul 4-2. Germania Ovest in finale.

C’è sempre Müller nella Germania, verrebbe da dire. Ma è il caso di spendere due parole: questo Müller non è Gerd Müller, il gatto sornione che si trasformava in mangusta nell’aria di rigore. No, questo era un altro Müller: Dieter Müller

Ed era arrivato in nazionale per vie traverse.

Perso il grande Gerd, Helmut Schön pensò di sostituirlo con Topmoller, bomber della bundesliga, che però rimase vittima di un incidente stradale proprio alla vigilia della fase finale. Allora il ct decise di portarsi dietro il giovane centravanti del Colonia, Dieter Müller, che, subentrando nella finale a Wimmer per l’assedio finale, riuscì a marcare tre reti in 40 minuti di una semifinale europea. Roba da Guinness dei Record, non trovate?

Nell’altra semifinale, gli Orange, sempre su un campo pesante, si trovano dinanzi una Cecoslovacchia attenta, ordinata, forte sul piano fisico e della tenuta. Tutte cose che Cruijff e i suoi non s’aspettavano mica, ma, dopotutto, i mitteleuropei erano arrivati davanti all’Inghilterra nel girone.

Fece tutto il gigantesco difensore Anton Ondruš, che prima segnò e poi infilò un autogol. Supplementari anche qui, e non ci fu partita, perché la presunta superiorità atletica degli Orange si sciolse nel fango di Zagabria. Nei supplementari, Cruijff e Krol videro salire in cattedra la corsa sghemba e il modo di giocare atipico di Zdeněk Nehoda. Attaccante sulla carta, ti ritrovavi baffoni a manubrio di Nehoda un po’ ovunque. Era un giocatore che giocava per la squadra, ma quel giorno si ricordò di essere anche un attaccante e segnò il 2-1, che divenne poi 3-1 per effetto della rete di Vesely.

E così la finale annunciata, Germania Ovest-Olanda, non ci fu.

Helmut Schön fece giocare dal primo minuto il nuovo Müller; Vladislav Jezek, il tecnico Ceco, inserì Svehlik al posto di Pollack. E fu proprio Svehlik a segnare l’1-0 (su assist di Nehoda), con Dobias che fece il secondo al 25’. Ma ricordatelo sempre, la Germania deve essere ammazzata, altrimenti si organizza e ritorna.

E ritornarono anche allora, con Dieter Müller che accorciò le distanze tre minuti dopo. La ripresa fu spettacolare per numero di occasioni, da un lato come dall’altro, ma quasi sui titoli di coda, Hölzenbein, il meno noto tra i campionissimi tedeschi del back to back 1972-74 (meno noto di Netzer, ostracizzato e sovrastato da Overath per motivi politici), anticipò di testa il portiere Viktor e portò la Germania ai supplementari.
Ancora una volta, e ancora una volta da 0-2.

Ma questa volta, con il campo pesante e con già 120’ nelle gambe dalle semifinali, i supplementari furono meno pirotecnici. E fu così che, per la prima volta, il titolo Europeo venne assegnato ai calci di rigore. Niente ripetizione. Non più. Rigori.

Masný, Bonhof, Nehoda, Flohe, Ondruš, Bongartz e Jurkemik. Sette tiri e sette gol.

Uli Hoeness aveva un palmares più lungo dei suoi 24 anni, avendo in saccoccia già  ma un titolo mondiale, un europeo e tre coppe campioni vinte da protagonista. L’attaccante del Bayern era stanco però, si vedeva: prese la rincorsa e calciò altissimo il suo penalty.

Antonin Panenka avrebbe potuto benissimo passare per il fratello di Nehoda. Stessi baffoni, stessa intelligenza tattica al servizio della squadra.

Panenka andò sul dischetto e… e nel fango, Antonin Panenka, l’uomo cresciuto nell’ortodossia grigia del comunismo, disegnò un arcobaleno rivoluzionario.

Il rigore della vittoria della Cecoslovacchia fu calciato con il colpo sotto.

Il colpo che noi italiani indichiamo con cucchiaio o scavetto, ma che il resto del mondo chiama in un solo modo: il Panenka.

E quella parabola, irridente e rivoluzionaria, fu il giusto epilogo a una finale che, sia pure conclusasi ai rigori, fu spettacolare.

 

Massimo Bencivenga 

 
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